Polonica

 

Wisława Szymborska (1923-2012)
di Francesco M. Cataluccio

     Wisława Szymborska si è spenta l’altro giorno, a 88 anni, nella sua Cracovia, anche perché, raccontano il segretario Marcin Rusinek e gli amici, dopo il ritorno dall’ospedale non aveva davvero più voglia di vivere: si sforzava, dandosi lo smalto per le unghie,  ma poi si guardava le mani ossute e gialle per decenni di nicotina e scuoteva il capo.Abbiamo già il rimpianto della sua amara ironia, dell’acutezza del suo sguardo e della grande maestria nell’uso delle parole, non ci rimane altro da fare, come quando muore un poeta, che leggere e rileggere le trecento poesie che ci ha lasciato e provare a trovare delle chiavi per le porte discrete del suo mondo. Per me, il suo epitaffio (che sintetizza, concisamente, meglio sua visione della vita) è racchiuso in una delle ultimissime poesie (Vermeer, 2009), dove si torna a ripetere, dopo tanto scetticismo, che soltanto l’Arte ci può salvare: 
     “Finché quella donna del Rijksmuseum 
      nel silenzio dipinto e in raccoglimento 
      giorno dopo giorno versa 
      il latte dalla brocca nella scodella, 
      il Mondo non merita 
      la fine del mondo”. 
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